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Stanford: una fabbrica di innovazione

Una delle giornate più interessanti del viaggio a Palo Alto è stata una visita organizzata dal team dell’Ambasciatore Ronald Spogli all’Università di Stanford. Alla giornata abbiamo partecipato in una cinquantina di italiani, un gruppo fatto prevalentemente di investitori, imprenditori e esponenti del mondo universitario.

E’ stata una giornata fitta di incontri, con un’oretta di pausa per pranzare alla mensa del Campus nella quale abbiamo avuto modo di scoprire il modo in cui ragiona una delle più avanzate Università al mondo nel campo della tecnologia, negli Stati Uniti seconda solo all’MIT.

Siamo stati accolti da una delle persone più influenti a Stanford: Jim Plummer, Dean della Facoltà di Ingegneria. Negli ultimi anni sotto la sua direzione l’Università ha organizzato i programmi graduate (la specializzazione universitaria che segue i primi 4 anni di università) in 4 grandi gruppi:

1) Information technologies: dai semiconduttori al software. La sua vision è ‘computers everwhere’, un mondo in cui ci saranno 10 alla quarta CPUs per persona. I temi di cui si occupa quest’area di studio sono quelli del real world computing, dei sensori ed attuattori. Ambienti in cui massiccie quantità di dati vengono distribuiti ed embeddati, dati necessari a prendere decisioni, in tempo reale. Un mondo che richiede nuove architetture se si pensa solo ai temi della privacy.

2) Nanotecnologia, il mondo del microscopico. Un campo che può offrire nei prossimi anni grandi innovazioni al mondo del medicale, dei materiali e delle microstrutture. Oggetti in grado di essere assembleati per costruire altri oggetti. Di dimensioni talmente piccole che sono in grado di penetrare negli spazi tra le molecole. La loro strategia in quest’area è stata quella di costruire ed equipaggiare una serie di laboratori altamente flessibili per sperimentare la nanoscienza.

3) La bio-ingegneria. Un mondo che sta nell’intersezione tra la matematica, fisica, chimica e la biologia, scienza che sta diventando sempre più quantitativa: bio-ingegneria appunto. Un programma per ora solo graduate fatto di 12 professori.

4) Energia e ambiente. L’Università gestisce un programma chiamato Global Climate and Energy Project per fare ricerca pre-commerciale necessarie allo sviluppo di questo settore. 225 milioni di dollari investiti interamente da privati su un periodo di 10 anni da sponsor come ExxonMobil, Toyota, GE, Schlumberger. La missione di GCEP è di condurre ricerca fondamentale per sviluppare le nuove tecnologie energetiche e ambientali.

La cosa che mi ha colpito è la forte sensazione di un’Università che si pone al centro dell’innovazione, nei settori più importanti e strategici oggi. Una specie di laboratorio ‘aperto’ in cui convivono con reciproca soddisfazione scuola, ricerca e business. Qui sono nate 1200 aziende fondate da studenti e professori e tra queste Yahoo, Google, Lenovo, Nike. I professori e i ricercatori talvolta lasciano il mondo accademico per fondare una startup tecnologica e magari negli anni successivi tornano ad insegnare. A qualche isolato dal campus ci sono gli uffici di centinaia di fondi di venture capital che seguono da vicino il lavoro e la ricerca che avvengono nell’Università.

Ma soprattutto colpisce come lo sforzo principale di Stanford è di costruire un ambiente in cui coltivare i migliori talenti di tutto il mondo e spingerli a pensare aprendo la propria mente (il motto della Silicon Valley è ‘anything is possible’). Le scelte sono cadute sui grandi temi che hanno un impatto di portata globale, però gli studenti a Stanford non scelgono il major e si costruiscono cammin facendo un loro percorso formativo individuale. Il risultato è un fortissima interdisciplinarietà che porta a combinare la tecnologia (feasibility), il business (viability) con i valori umani (usability/desirability).

Le classi sono molto informali e con un forte coinvolgimento degli studenti. Qui prevale la cultura del fare. Il 70% dei professori hanno meno di 50 anni (in Italia il 70% dei professori ha più di 65 anni), e tra le classi e i laboratori ‘bazzicano’ autentiche icone del pensiero tecnologico: gente come David Kelley, Guy Kawasaki e Vinod Kosla.

Sono rientrato a Milano. Mentre in sottofondo la TV blatera di Mastella, spazzatura e del governo Prodi appena caduto mi guardo un video del mitico Vinod. Son cose.