Cosa cerca il venture capital
La scorsa settimana a Roma ho partecipato ad un workshop organizzato da Mind The Bridge, entità no-profit fondata da Marco Marinucci che si pone l’obiettivo di creare un ponte tra i talenti italiani nel campo dell’high-tech e dell’innovazione verso la Silicon Valley. Un raccordo quanto mai importante oggi vista la limitata presenza di investitori di venture capital operanti in Italia. All’evento hanno partecipato i principali operatori nel venture capital high tech in Italia e una trentina di startup che stanno cercando finanziatori.
Il venture capital è un segmento nel settore del cosidetto ‘private equity’, caratterizzato da investitori che finanziano le fasi iniziali dello sviluppo di un’azienda fortemente orientata alla crescita e all’innovazione. Il venture capital tecnologico in particolare segue mercati ed aziende che operano all’interno dei segmenti più avanzati dell’innovazione high-tech. E’ un segmento molto importante dell’economia in quanto motore di innovazione, sviluppo e creazione di azienda. Il venture capital ha finanziato le principali società informatiche e Internet degli ultimi anni da Microsoft a Google, così come le più importanti iniziative nei campi delle biotecnologie, nel medicale, nanotecnologia e nel settore del ‘green tech’.
Si tratta di operatori specializzati che investono nelle fasi iniziali di un progetto imprenditoriale ritenuto particolarmente promettenteo. Per farsi un’idea dei numeri coinvolti, negli Stati Uniti nel 2007, 607 società media-tech hanno raccolto circa 6,4 miliardi di dollari dai Venture Capital, 47% in più rispetto ai 4,4 miliardi raccolti dalle 493 operazioni di finanziamento nel 2006. In Europa, gli investimenti venture capital hanno totalizzato 4,3 miliardi di euro nel 2007 e sono stati fatti 691 investimenti, finanziando società nel settore media-tech per un valore complessivo di 2,7 miliardi di euro. Le startup Italiane, secondo l’AIFI, nel 2006 hanno raccolto circa 28 milioni di euro in 62 operazioni di investimento, con un valore medio per operazione di circa 0,5 milioni di euro, attestandosi su posizioni significativamente migliori nel 2007: 55 operazioni sono state effettuate per un totale di 39 milioni di euro investiti, di cui circa il 60% nel mercato digitale media e high-tech.
Nonostante i segnali positivi di una ripresa di interesse nel settore, da questi numeri emerge l’amara evidenza di quanto l’Italia sia arretrata rispetto anche solo al resto d’Europa: 40 milioni circa su 4,3 miliardi investiti.
Una delle esigenze primarie è innanzitutto quindi quella di diffondere questo tipo di cultura d’impresa ed è proprio anche questo uno degli obiettivi di iniziative come Mind The Bridge.
Ma cosa cerca un investitore di questo tipo in una start-up? Cosa fa scegliere di investire in un progetto piuttosto che in un altro?
1) Innanzitutto le persone. Chi è l’imprenditore o il team? Quanto sono motivati? Saranno in grado di gestire l’azienda?
E' una banalità (ma forse no): le aziende sono fatte essenzialmente di persone. E particolarmente all’inizio le poche persone chiave, sono l’elemento determinante in ultima analisi per successo di qualunque iniziativa.
2) Il business. Qual’è la business idea e l’opportunità proposta? Quale mercato indirizza? Quali i rischi?
3) Il mercato. Quale esigenza indirizza la società? E’ un business scalabile? Ci sono dei punti di arrivo intermedio (milestones) in grado di validare il modello proposto?
4) Il prodotto/servizio e il business plan. Il piano è consistente con le ambizioni e i modelli presentati? Come cambiano i numeri in base a diversi scenari di mercato?
Una delle principali considerazioni emerse dal panel di discussione di Mind The Bridge è nata dall’osservazione delle società che si sono presentate all’evento. Il limitato sviluppo del venture capital in Italia infatti si porta come conseguenza anche una scarsa conoscenza da parte degli imprenditori di come funziona questo settore, di quali sono le ‘regole del gioco’ e in ultima analisi di come operano e quali obiettivi hanno gli operatori di questo segmento. Gli investitori.
Con il risultato che spesso e volentieri vengono presentati progetti ‘timidi’ (nicchie di mercato ad esempio), spesso ‘locali’ o semplicemente poco innovativi o troppo indietro rispetto al mercato.
Gli investitori di venture capital nel campo tecnologico cercano:
- team imprenditoriali ambiziosi e competenti
- aziende che hanno individuato una chiara opportunità di mercato anche se al momento inespressa o latente. Il cui business però è chiaramente 'trainato' da dinamiche di mercato 'forti'
- Poche idee ma forti e chiaramente espresse
- Obiettivi definiti e piani congruenti per raggiungerli
La logica sottostante degli investitori in questo ambito è quella che l’assunzione del rischio in una nuova iniziativa sia bilanciata da un forte ‘upside’, ovvero la possibilità di ritorni molto significativi. Non è inusuale che un investimento di venture capital possa rendere 5-10-20 volte il capitale inizialmente investito. Quando l'investimento va bene. Per contro è nella norma che su un certo numero di investimenti effettuati, alcuni di questi si traducano in un insuccesso e quindi nella perdita del capitale investito.
Chiariti questi aspetti è importante quindi sottolineare quello che tipicamente invece non interessa al venture capital. Nell’ultimo anno in dpixel abbiamo esaminato molte iniziative imprenditoriali nel campo high-tech. Le ragioni per cui molte di queste sono state ritenute non interessati ricorrenti:
- il management team non convince. A volte l’imprenditore che propone di investire nella sua azienda, in realtà ha un atteggiamento diciamo 'da manager' rispetto all'iniziativa o non è pronto a prendersi la piena assunzione del rischio. Alcuni si presentano da noi con tutte le carte in regola ma con la richiesta di avere uno stipendio da mega-manager spesso totalmente fuori luogo.
- molti si presentano con la classica ‘idea’. Il venture capital investe in aziende non in idee. Le idee sono fondamentali e senza di esse non c’è nemmeno materia di discussione, ma è il passaggio da idea ad azienda – con tutti gli annessi e connessi – che interessa ad un investitore.
- bel progetto ma ‘timido’. Ridurre il rischio limitando fortemente il potenziale (ad esempio un bel progetto ma limitato ad una nicchia di mercato) spesso non paga quando si parla ad investitori di venture capital, che conoscono i rischi connessi alla creazione di una nuova iniziativa in un nuovo mercato;
- l’opportunità di mercato individuata è troppo ‘piccola’ per giustificare il rischio
- la business idea è complicata o esplicitata in modo poco chiaro e coerente
- i numeri ‘non girano’, troppe incongruenze che spesso denotano poche competenze specifiche delle dinamiche di mercato.
- o semplicemente 'non gira' la storia complessiva, non convince.
La mia speranza è che anche grazie ad eventi come Mind The Bridge, si diffonda nel Belpaese una maggiore conoscenza di questo settore e le startup tecnologiche italiane possano avere accesso a maggiori capitali per realizzare il proprio progetto. E sono convinto che anche con Mind The Bridge nuove startup potranno trovare finanziatori e iniziare le proprie attività. Ma ho una certezza: quello che mancano oggi in Italia sono i capitali, di startup di grande interesse ne ho viste molte. La direzione è quella giusta.
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