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Butterfly Web

Agendadigitale.org, Matteo Scurati scrive otto punti. Le adesioni hanno superato 13.000 persone. Se ognuno ha cento amici su Facebook stiamo ascoltando i temi dell'agenda in 1.300.000, (potenza dei social media…)

Riprendo dal suo post. Non potrei che essere + d'accordo.

1.  Un’agenda digitale è essenziale al Paese. Per agenda intendo una serie di priorità di sviluppo tecnologico essenziali alla crescita del sistema Italia inteso sia nelle sue forme interne (pubblica amministrazione, scuola, ricerca, etc.) che in quelle esterne (competitività sui mercati, capacità di proiettare business all’estero, etc.). Va da sé che l’una e l’altra procedano assieme. Parallelamente, qualunque iniziativa mediatica connessa a questa esigenza rappresenta una duplice opportunità: da un lato far abituare la discussione pubblica ai temi connessi all’innovazione, dall’altro esercitare una pressione che – per quanto leggera – sia costante nei confronti della politica.

2.  Tuttavia, è lecito chiedersi se quella parte di Paese che già è abituata a muoversi nel contesto dell’innovazione non riproponga ancora una volta temi che – per questa stessa parte – rappresentano posizioni oramai consolidate ed accettate. Mi spiego: se a manifestare l’esigenza di una agenda digitale è chi il digitale, in tutte le sue forme, già lo vive, il rischio è che si ripeta un discorso che da queste persone è ben conosciuto e oramai dibattuto in ogni forma e circostanza. Stante così le cose, due potrebbero essere le soluzioni adottabili.

3.  La prima. I firmatari dell’agenda digitale svolgono una funzione maieutica nei confronti di quella parte del Paese che ancora non ha compreso l’importanza del digitale. Questa soluzione non mi convince: ho speso parte del mio tempo – anche con successo – per spiegare ai miei genitori l’importanza del mezzo tecnologico e a oggi comunico anche via mail con loro; tuttavia mi chiedo se sia questa l’innovazione di cui abbiamo bisogno. Preciso: la necessità di una alfabetizzazione digitale è palese a chiunque, ma se intesa nelle forme della maieutica di cui sopra il mio timore è che essa si riduca a mera indicazione dall’alto. “Questa è l’innovazione, tenetela, vi assicuriamo che serve e servirà sempre più”. Nulla di sbagliato – ripeto – ma neppure nulla di corretto.

4.  La seconda. L’agenda digitale si fa politica. Essa agisce come lobby (e quanto bisogno ci sarebbe in Italia di un trasparente sistema lobbistico) o, in alternativa, si fa partito essa stessa. L’obiettivo diventa così quello di sensibilizzare il decisore politico italiano all’azione nei confronti di temi ritenuti fondamentali (e lo sono) nella speranza che dall’alto cali quella saggezza che finalmente doni al nostro Paese una serie di infrastrutture adeguate.

5.  Nessuna delle due soluzioni appare convincente. Un mantra che devo all’intervento di Juan Carlos de Martin (http://demartin.polito.it/) durante il nostro Butterfly Web di Milano recita: “L’innovazione, come il sesso, si fa e non si dice”. Nel contesto specifico intendo: aldilà di ogni agenda, quel che serve è un’azione innovatrice costante proveniente dal basso. Ovviamente, un’agenda digitale muove appunto nella direzione di creare un contesto fertile alla crescita di spinte innovative, ma resta un’impressione come di occasione persa se questo tentativo vuole passare dalle due soluzioni di cui sopra.

6.  Ecco, quel di cui abbiamo bisogno è una rivoluzione, non un’agenda. Personalmente, trovo debole cercare di argomentare un cambiamento rivoluzionario come quello dell’innovazione in Italia attraverso un’agenda scritta a tavolino. Il punto non è valutare gli argomenti espressi all’interno dell’agenda digitale (ripeto: nessuno errato, anzi) ma il tentativo di far passare quegli stessi argomenti attraverso una discussione. Ebbene: ne abbiamo già discusso. Ma non solo: per sua stessa natura, quel che la rete insegna è esattamente opposto ad ogni tentativo di programmazione futura. Non ci sarà innovazione perché la progetteremo, al contrario ci sarà innovazione se e solo se ora – da domani – l’innovazione comincerà ad essere per strada, sfrontatamente. Wikileaks non sarebbe nata se posta da una agenda. E così, migliaia di altri esempi.

7.  In gioco c’è la nostra capacità di armarsi e partire. Voglio essere coerente e associarmi alle parole di Mao: abbiamo bisogno di un gesto di innovazione “violenta” perché questa forma di progresso è l’unica possibile nel mondo della rete. Non è utopia: l’iniziativa di Wired di portare nelle piazze d’Italia il Wifi gratuito rappresenta – nella sua piccolezza attuale – una scintilla reale di cambiamento. Abbiamo davvero bisogno di un’agenda per montare una rete wifi in una piazza d’Italia? Oppure basta del coraggio e iniziare a fare?  Allo stesso modo, tra le grandi firme dell’agenda digitale stanno nomi importanti di alcune aziende italiane ad alto capitale. Già ad oggi alcune di esse operano nel campo del finanziamento – spesso dopo concorsi – nei confronti di idee innovative, ma penso inizi ad essere lecita la domanda rispetto la reale utilità di queste iniziative. E se cambiassimo punto di vista, se non immaginassimo più concorsi ma provassimo a seminare attraverso processi creativi più piccoli ma costanti e ripetuti? Sia chiaro: non ci sarà alcuna innovazione tecnologica che arriverà dall’alto e salverà il nostro Paese da un declino oramai avanzato. Al contrario, c’è la possibilità di fomentare iniziative sparse sul nostro territorio che aiutino non tanto la creazione di aziende di successo, quanto più la voglia di provare a inventare. Anzitutto, essere innovativi.

8.  Formulo questi pensieri spari – che attendono commenti – in una forma più organizzata: decliniamo l’Agenda Digitale in una iniziativa di guerriglia dell’innovazione. I grandi nomi che l’hanno sottoscritta possono dare forza (anche economica), ma se davvero vogliono essere innovativi e innovatori si fidino: non può esserci vera innovazione passando dalle loro fila. Per loro natura la loro azione sarà istituzionale; ma l’innovazione sta da altre parti, nel basso.