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Intervista a Federico Feroldi, fondatore di Coderloop

Ho conosciuto Federico Feroldi, in ufficio a Milano, in dpixel. Federico 36 anni, è uno dei fondatori di Coderloop, startup Italiana nata poco meno di un paio di anni fa. E’ di quella generazione, hacker di Commodore 64 che scrive codice da quando è ragazzino e si presenta alle riunioni con delle mitiche magliette Atari. Con esperienza professionale però di aziende e di startup alle spalle, era stato anche nell’area prodotto di Mobango, startup di cui sono stato in consiglio di amministrazione in passato.

Quando i fondatori vennero a presentare il loro progetto in dpixel era poco meno di un anno fa. Coderloop risultò subito di grandissimo interesse (lo era già dalle slide) ma come sempre conoscere i fondatori è quello che interessa veramente ad un VC.

Federico e i suoi stavano sviluppando una piattaforma di puzzle games, destinati agli sviluppatori. Una tecnologia che proponendo giochi e situazioni concrete da risolvere consentiva di fornire un oggettivo parametro di valutazione di uno sviluppatore software, un esperto di database o un tecnico di sistemi.

Una piattaforma che via internet consentiva di testare le reali capacità di una persona di risoluzione di problemi su qualunque tecnologia e qualunque linguaggio software.

La vision di Coderloop è potente e i modelli di riferimento significativi.

Un minuto dopo ed eravamo già a parlare di sviluppare una Khan Academy del software, piuttosto che di andare sul mercato delle aziende e del recruiting. Oppure montarci sopra un bel markeplace di esperti. Per farla breve, la cosa chiaramente ci interessava e il team sembrava solido e ben assortito anche se incompleto.

Coderloop, come molte startup è nata per scherzo e da una scommessa. “Eravamo al FOSDEM – racconta Federico – un evento sul software open source in Belgio e in quei giorni il mio collega e amico  Luca (poi diventato cofondatore di Coderloop) passava ore ed ore a giocare con i Facebook puzzle, problemi che gli sviluppatori devono risolvere per dimostrare la propria abilità.  Test che l’azienda tiene in considerazione nel momento in cui fa le sue valutazioni sull’abilità di un potenziale developer da assumere. Al tempo dirigevamo un grosso gruppo di sviluppo e passavamo ore a valutare curriculum e capacità pratiche dei programmatori da assumere.  Fu così che da questi giochi e da questo problema nacque l’idea. E’ da lì la scommessa con noi stessi, che questa era talmente una buona idea che da qui poteva nascere un’azienda.”

Così spesso nascono le startup, davanti a una birra.

E qualche mese dopo erano già nel nostro ufficio a discutere di un possibile investimento. La nostra proposta però fu rifiutata e la trattativa non andò avanti oltre quella riunione. In questo momento siamo focalizzati sulle startup Italiane i Coderloop erano decisamente intenzionati a fare la propria azienda fuori dall’Italia, costituendo la sede negli Usa con l’idea di sbarcare Silicon Valley, mentre noi insistevamo di fare la società a Milano.

E così alla fine, con mio grande rammarico, non se ne fece nulla. Succede, era già successo con Mashape, è successo in diverse altre occasioni. Nel nostro mestiere ci si deve fare il callo.

Coderloop infatti alcune settimane prima aveva iniziato a collaborare con Gild una startup basata in Silicon Valley. “l’abbiamo trovata cercando su Google le keyword ‘skill assessment’ – racconta Federico – e siamo entrati in contatto. Mentre stavamo discutendo con dpixel, i fondatori di Gild ci hanno chiesto se eravamo interessati ad un’acquisizione. Eravamo orgogliosi che una società della valle supertecnologica fosse interessata al nostro progetto e alla nostra tecnologia. Non avevamo investito denaro fino a quel momento, pochi soldi, in fondo avevamo messo dentro molto del nostro tempo e delle nostre idee. Potevamo scegliere tra fare Coderloop da soli partendo dall'Italia oppure farci acquisire ed entrare in un progetto in cui credevamo in Silicon Valley. Decidemmo di fermare la trattativa e procedere per l'acquisizione, quattro settimane di processo e il contratto di acquisizione era sul tavolo e concludemmo l'operazione. 

“Non è stato per niente facile – continua –  anche perchè nel team si era creato un certo nervosismo, al punto che alcuni di noi erano entrati in crisi. Alla fine stava quasi per saltare tutto. Quello che ci aveva colpito in Silicon Valley, è che abbiamo trovato un clima completamente diverso dall’Italia – racconta Federico – Qui è importante quello che stai facendo, non solo chi sei o chi conosci o peggio se sei ‘conosciuto’. A loro interessava sapere cosa stavamo facendo nel concreto, entrando nel merito. Si è creato un clima di fiducia e alla fine si è conclusa l’operazione."

E così Federico con la sua fidanzata e il suo team, si trasferiscono a San Francisco, diventando un pezzo strategico di Gild, startup finanziata da VC americani, basata nella valle. Un’altra occasione persa per dpixel e per l'ecosistema dell'innovazione Italiano, ma anche un’altra startup Italiana che decolla – come Mashape – per la Silicon Valley, a riprova se mai ce ne fosse bisogno, che qui in Italia si producono belle idee, ci sono ottimi developer e imprenditori tecnologici. 

Federico sarà oggi alla Bocconi, per la tappa di Milano del Tour dei Mille di Working Capital, a raccontarci la sua storia. Live streaming dalle 17,30.